Arti marziali e difesa personale

1 04 2012

A breve finirà la maggior parte dei “corsi” di arti marziali declinate in ottica di difesa personale, e se l’indottrinamento non è avvenuto con successo, se la gratificazione della comfort zone non è stata del tutto efficace, molti dei praticanti si troveranno nella condizione di volersi guardare intorno per trovare qualcosa che soddisfi le proprie necessità.

Innanzi tutto, non dimentichiamo il vero obiettivo: chi cerca difesa personale lo fa per acquisire un grado sufficiente di capacità di autoprotezione e di tutela delle persone più vicine. Anche considerando l’andamento della criminalità, esaminato non tanto in base ai casi di cronaca, spesso sensazionalistici e con secondi fini, ma attraverso la fredda statistica, acquisire capacità difensiva preventiva e reattiva è ormai fondamentale e prioritario, direi quasi obbligatorio.

Nella valutazione di un percorso didattico, sia esso un seminario o un corso, esistono una serie di aspetti didattici e d’allenamento senza i quali non si può nemmeno parlare di difesa personale.

In generale, “arte marziale”  – e con questo termine comprendo anche il krav maga – non significa necessariamente difesa personale reale e per tutti. Già il fatto di dover aggiungere il suffisso “reale” mi da fastidio, perchè non dovrebbe esistere una difesa personale fasulla, come invece accade nella stragrande maggioranza dei casi.

L’arte marziale si basa su un set molto esteso di “basi” e di tecniche codificate. Il dominio del reale, se mai avviene, capita “incidentalmente”, attraverso la sintesi di infiniti micro-esempi (“modello intrinseco”). Spesso viene proposto un catalogo di scenari anacronistici e decontestualizzati (come la presa al polso, la difesa da carabina, ecc.), con la scusa che contengono comunque un insegnamento applicabile universalmente. Per l’arte marziale, il percorso è lungo, sviluppato in un ambiente protetto attraverso “l’atto di fede” del copiare ciò che ci viene proposto.

La difesa personale, invece, porta alla luce ciò che inconsciamente già conosciamo, le nostre abilità naturali, che vengono poi valorizzate attraverso un’opera di raffinazione ed ottimizzazione. Mira immediatamente al dominio di scenari reali, fondando il successo sulla competenza, sull’esperienza (nel senso di sperimentazione, non di anni di gavetta!) e sulla conoscenza di ciò che è uno scontro vero, in scenari estremi, ma sempre realistici e probabili. Per la difesa personale, non c’è tempo da perdere, perchè ogni giorno siamo concretamente a rischio. E’ un percorso scomodo, fatto continuamente di sfide, dove ogni successo apre le porte ad una sfida ancora più intensa, dove il “sapere” è fondato su esperienze di sucesso in un ambito in cui tutti fanno di tutto per ostacolarci in esse.

Il mio obiettivo personale di istruttore è che ogni minuto speso nell’allenamento produca un risultato nella capacità difensiva.

Oltre a questi, che sono prettamente inerenti il sapersi difendere, esistono altri fattori, trasversali e validi per ogni disciplina, che dovrebbero far sentire odore di “sola”. Ad esempio:

  • La “sindrome del tesserino”: l’enfasi posta sul “marchio”, sulla commercializzazione, sulla qualità garantita dall’associazionismo.
  • La “sindrome della divisa”: la valorizzazione dell’ego attraverso segni distintivi (come la divisa appunto), il brand, l’appartenenza, l’elitarismo, il “noi in confronto agli altri”.
  • L’utilizzo di sistemi di valutazione della performance che fanno riferimento all’interno della cerchia e non a chi fa la stessa cosa ma in ambito diverso. La mancanza di autocritica.
  • La cultura del non-risultato, che nell’ottenimento degli obiettivi propone l’elevazione a sistema di metodi antitetici e criticati negli altri. Ad esempio: benessere fisico attraverso l’uso di anabolizzanti, antidolorifici, ortopedici e fisioterapisti, oppure un sistema di difesa personale reale basato su tecniche, abilità motorie complesse e accondiscendenza.
  • L’accreditamento attraverso casi illustri, come il giustificare l’efficacia per l’utente generico a fronte dell’adozione da parte di utenti iper-specialistici.
  • Il veicolare il servizio attraverso le aspettative, le percezioni autoreferenziali e l’immaginario dell’utente, e non attraverso una valutazione obiettiva ed oggettiva di ciò di cui ha bisogno.
  • Il nascondere l’incompetenza per mezzo dell’umiltà, il dimostrare la propria validità in base all’aspettativa ed agli stereotipi di chi ci osserva.

L’elenco potrebbe proseguire, ma è sufficiente frequentare qualche lezione di prova in giro ed osservare con spirito critico, per estenderlo da soli.

In ambito difesa personale, considero due aspetti assurdamente e pateticamente odiosi.

Il primo è il voler far dedurre che “se un sistema è adottato dai corpi militari, figurarsi se non è micidiale ed efficace per una persona qualunque”. Chiunque abbia avuto un minimo a che fare con l’addestramento specialistico di forze militari o forze dell’ordine sa che in realtà viene dato valore all’esatto contrario! Se una cosa funziona per chi non è specialista, non abituato a gestire la violenza, allora è sicuramente efficace anche per un soldato o un agente di polizia.

Il secondo aspetto è lo spingere a valutare l’efficacia di un metodo in base al numero di praticanti, quando analizzando (e nemmeno tanto bene) ciò che viene proposto emerge palese che non si tratta di difesa personale, ma di qualcosa travestito da essa.

Ogni volta che valutiamo una tattica, un corso, un istruttore, chiediamoci sempre: tutto ciò mi rende in grado di difendermi e difendere i miei cari da più aggressori, armati, in un contesto in cui non mi aspettavo l’attacco? La più grande conferma che ho ottenuto in questi anni, al di là di ogni aspetto professionale scontato, è il vedere l’espressione di chi si presenta in allenamento la prima volta e vuole provare senza aver fatto prima la famosa chiacchierata e le quattro lezioni individuali…

Per far crollare la più splendida delle intenzioni basta che qualcuno si metta casco e protezioni, che ci si trovi in debito d’ossigeno, in qualche modo blandamente sotto scacco fisico ed emotivo.

Ecco allora affiorare milioni di scuse standard, che vanno dall’orario agli acciacchi fisici, dalle altre priorità all’aperitivo del venerdì sera.

Di fronte a queste scuse non dimenticherò mai l’esempio di due “maestri”. Uno era effettivamente un mio istruttore, che si allenava da malato per sapere come avrebbe funzionato il suo corpo in quel caso, quali strumenti gli avrebbe permesso di utilizzare. L’altro esempio venne da una mia allieva, che prima di iniziare gli allenamenti mi informò di cosa dovevo fare se avesse perso i sensi, vittima di una crisi dovuta ad una sua patologia. Ho un amico che si allena pur essendo paraplegico, perchè sa di avere bisogno più degli altri di sapere cosa fare. Questa è motivazione. E’ assenza di motivazione invece il non poter prendere colpi al viso, un problema articolare ed altre amenità del genere, specie quando si hanno sott’occhio esempi di successo pur con i medesimi “problemi”.

E come ogni tanto mi piace ribadire, la vera motivazione può venire solo da dentro di noi, contestuale e direttamente riferita a ciò che facciamo. Grazie alla mancanza di volontà nell’affrontare il problema per come è e con gli strumenti che ne derivano, fioriscono i corsi scadenti.

Fatevi delle domande e ricordatevelo sempre: non si fa difesa personale “tanto per fare movimento”, nè è vero che “comunque un’infarinatura serve”, perchè primo state perdendo tempo qualunque sia il vostro obiettivo (sia esso fisico o sociale), secondo state creando inconsciamente false sicurezze che, nel malaugurato momento del bisogno, vi lascieranno fatalmente a piedi.





Riflessione

15 03 2012

Marc MacYoung, nella difesa personale un nome che non ha bisogno di presentazioni, ha postato una riflessione su facebook, che condivido:

Essere più grosso, più forte e più aggressivo è ciò che fa “vincere” la maggior parte degli scontri – con o senza allenamento. Occorre dunque mettere sotto esame l’effettiva efficacia di sistemi basati sulla forma fisica e sullo sviluppo dell’aggressività: sono davvero validi [dal punto di vista strategico e tattico, aggiungo io], o si accreditano come efficaci grazie ai concetti di fisicità ed aggressione?

Quest’anno Marc sarà in Inghilterra, e sicuramente andrò al suo seminario per testare su di me (anzi, spero sugli altri!) i suoi metodi.





Aggiornamento sulla criminalità in Emilia-Romagna

13 03 2012

E’ stato finalmente presentato il nuovo (e sempre ottimo) rapporto regionale sulla criminalità in Emila-Romagna.

Ecco un piccolissimo estratto, la prima sezione che sono corso a consultare…

Con oltre 100 denunce a settimana, la nostra regione ha, per quanto riguarda il reato di ‘lesione dolosa’, il valore più elevato in tutta Italia, se rapportato alla popolazione e anche se negli ultimi due anni le denunce per questo reato sono diminuite di circa il 10%. Dietro questo primato e dietro questo reato stanno comportamenti molto diversi ma tutti ovviamente indicatori di una persistente conflittualità tra le persone nella vita quotidiana, dai litigi fra automobilisti a quelli nelle attività del tempo libero ma anche di quelle che si verificano in famiglia e tutte queste (ed altre) fenomenologie diventano denunce d’ufficio (e quindi senza querela di parte) se i sanitari del pronto soccorso diagnosticano a qualche “parte lesa” danni guaribili in oltre venti giorni (art. 58 C.P.).

In valori assoluti, il reato negli ultimi cinque anni ha sempre “viaggiato” sopra le 5.000 denunce annue e la leggera inversione degli ultimi due anni che accompagna anche altri reati indicatori della conflittualità urbana sembrerebbe confermare un leggero “raffreddamento” di questa conflittualità, ovvero conferma senz’altro una diminuzione del ricorso alla Magistratura nella gestione dei conflitti che accompagnano la vita quotidiana.

Gli altri reati che possono essere presi a indicatore di questa conflittualità sono le percosse, le minacce e le ingiurie, il cui andamento [...] è molto simile a quello registrato nel caso delle lesioni dolose.

Non sono invece in calo le denunce per violenze sessuali che anzi restano stabili e a loro volta alte, se raffrontate ai valori su 100.000 abitanti che si rilevano nelle altre regioni. Sono peraltro forme particolari del conflitto nella vita quotidiana perché quasi sempre hanno come autori dei maschi e per vittime delle donne e dunque il loro manifestarsi ha sempre una forte componente di genere che chiama in causa i rapporti, anche di potere, sia all’interno della coppia che all’interno della società.

[I casi riportati fanno riferimento ad almeno 5.000 casi all'anno]





Convegno “Reati, vittime e percezione della sicurezza”

11 03 2012

Si terrà il 12 marzo a Bologna il convegno organizzato dalla Regione Emilia-Romagna per fare il punto sull’andamento dei reati in regione con specifico approfondimento sulle vittime e i servizi a loro dedicati.

Quali sono i reati più diffusi in Emilia-Romagna?

E chi sono le persone e le famiglie che ne restano più spesso vittime?

Quali i reati che sembrano diminuire?

E quali invece mantengono vive le preoccupazioni dei cittadini?

Dove si sono sviluppati, in Europa, i centri di assistenza alle vittime dei reati?

Quali sono e come lavorano i centri che in Emilia-Romagna lavorano a sostegno delle vittime dei reati.

Di questi temi si parlerà a Bologna, presso l’Aula Magna della Regione, nel Convegno in cui saranno presentati il XIV Rapporto sulla sicurezza in Emilia-Romagna e il Rapporto sui Centri di assistenza e supporto alle vittime di reato.

La giornata è organizzata dal Servizio Politiche per la Sicurezza e la Polizia Locale in collaborazione con l’Ufficio del Difensore Civico della Regione Emilia-Romagna: qui è possibile scaricare il programma.

Per informazioni:

 Regione Emilia-Romagna

Servizio Politiche per la sicurezza e la polizia locale

051.527.30.67 – 051.527.30.72

(dal Forum Italiano per la Sicurezza Urbana)





Criminalità a Ravenna

25 02 2012

Riporto un articolo del Carlino.

Ravenna, 22 febbraio 2012 – LO AVEVA anticipato la polizia, nell’ambito del suo rapporto di fine anno. E ora una ulteriore conferma arriva dai ‘cugini’ carabinieri. La vera piaga, a Ravenna, quella che non fa dormire sonni tranquilli ai cittadini, sono i furti. Nelle case ma anche per strada e nei negozi. Addirittura 1830 episodi in più rispetto all’anno prima. Il tutto in un quadro di sensibile e preoccupante aumento dei reati nelle sua totalità. La colpa? Secondo l’Arma è duplice. Da un lato la crisi, che spinge a vivere nell’illegalità, dall’altro l’immigrazione magrebina che il comandante provinciale, colonnello Guido De Masi, non esita a definire «incontrollata». «AD ESSERE aumentati significativamente — dicono i carabinieri — sono i furti tipici della delinquenza occasionale, frutto della disperazione e del disagio sociale». E, in particolare, «della forte e incontrollata immigrazione dal Nord Africa nella primavera-estete 2011 (leggi l’ondata di tunisini sbarcati a Lampedusa e subito protagonisti della guerra tra bande; ndr), ma anche della grave contingenza economica». Su un totale di oltre 17.600 reati, contro i 14.900 di due anni fa, quelli scoperti sono stati poco più di tremila, con numeri di arresti e dununce in linea con gli anni passati. Ciò che sta cambiando sono soprattutto tecniche e modalità delittuose. Nel capitolo rapine, per esempio, non vanno più per la maggiore banche, uffici postali e gioiellerie, i cosiddetti ‘obiettivi tradizionali’, dove con l’aiuto della tecnologia le misure di difesa sono notevolmente migliorate. Al contrario che in bar, tabaccherie, farmacie e distributori di benzina, ad oggi gli obiettivi più vulnerabili insieme ai negozi in genere, dove i colpi sono cresciuti addirittura del 46%. Ma tra tutti sono i cittadini che camminano per strada (+91%) i soggetti più rischio. In totale, 165 rapine contro le 100 del 2009. I FURTI, si è detto, hanno registrato un vero e proprio boom (+20%). Nelle case (+16%), negli esercizi commerciali (+17,5% molti dei quali, quando scoperti, degenerano in rapine improprie), scippi e borseggi (+38%). Le persone arrestate per furto sono passate da 60 nel 2010 a 67 nel 2011. Tra gli «ottimi risultati» ottenuti l’anno scorso, l’Arma cita soprattutto quelli in materia di contrasto ai reati di stalking e violenza sessuale, con 12 arresti a fronte di 120 denunce ricevute.

Tutti gli indicatori in crescita. Purtroppo le mie analisi passate su trend e stile di comunicazione del dato criminologico non erano sbagliate. Un solo commento: ricordo che i reati di natura sessuale hanno un tasso “tradizionale” di denuncia del 10% circa, per cui si devono ipotizzare almeno 1.200 reati in un anno. Mal contate, 4 violenze al giorno, solo a Ravenna.





24×7

1 01 2012

Perchè 24×7? Per ricordarci che, non importa il momento, la nostra prontezza e consapevolezza non possono essere in vancanza o fuori turno.

Qualche sera fa alcuni dei miei allievi hanno avuto la triste quanto utile occasione di assistere in diretta ad un episodio di conflitto abbastanza intenso. Modalità standard: un individuo già al limite evidentemente per altre ragioni si è incendiato con un altro per una assurdità. Nel momento in cui sono arrivato io la situazione era già degenerata ad una fase di crisi piuttosto avanzata, di quelle in cui è comunque ancora possibile interagire verbalmente non tanto per disinnescare il conflitto, ma per “congelarlo” al livello in cui è e permettere all’aggressore l’opzione della ritirata dignitosa (come è poi di fatto avvenuto).

Fortunatamente, la vittima non si è lasciata trascinare dove l’aggressore avrebbe voluto per avere una sorta di pretesto “legittimo” all’azione, e i segnali di pre-contatto erano già molto evidenti, pur mancandone all’appello due fondamentali: l’invasione del risk space e l’interruzione delle comunicazioni verbali. Segnali, questi ultimi, che impongono un intervento difensivo fisico.

Mentre ero lì, dietro il mancato aggressore, libero dalla borsa e a rispettosa distanza di intervento, guardavo i presenti. Tranne due, gente che ha già sentito parlare di difesa personale, alcuni da qualche anno. Questo articolo è per loro, soprattutto, perchè respirano quasi quotidianamente l’applicazione pratica, in analisi di aggressioni reali e conseguenti replicazioni di scenari, dei concetti teorici di cui spesso scrivo, con la consapevolezza che dove la sperimentazione diretta non è possibile, lo sforzo di assimilazione della teoria si decuplica. L’essere presenti, seppur come spettatori, ad un conflitto permette di proiettare sulla situazione le proprie conoscenze, esperienze ed abilità, oltretutto ad un livello di stress basso, tale da non inficiare le nostre capacità cognitive razionali. Una bazza, per l’adepto della Fight Science :)

Quali elementi di gestione del conflitto avete riconosciuto nella situazione? Quali non avete visto?

Innanzi tutto, cosa ha trattenuto l’aggressore dall’attaccare, visto che stava marciando come una locomotiva verso l’ultimo stadio di crisi? L’atteggiamento della vittima, in buona parte. Escludendo un’ingenuità sul pretesto dell’innesco, giustificata peraltro dal fatto che chiunque ci sarebbe cascato vista la futilità, fin dall’inizio dell’escalation il comportamento è sempre stato calibrato in ottica di disinnesco: controllo delle proprie emozioni, astensione dal conflitto verbale, linguaggio del corpo coerente. E nonostante ciò, l’escalation è esplosa nella fase di crisi.

A proposito del cambio di fase, invito chi era presente a riflettere sul’apice della situazione e su cosa sarebbe successo se fosse stata applicata una tattica di assertività, che non è mai solo verbale. Ogni strumento difensivo ha i suoi pro e i suoi contro e porta con sè una serie tale di conseguenze che occorre realmente valutare, prima ed in sede didattica, se i suoi effetti non siano peggio di ciò che accadrebbe non applicandolo. L’assertività verbale va impiegata come prima difesa fisica (al verificarsi dei due segnali mancanti di cui sopra) e non come ultima forma di de-escalation, perchè di fatto è di per se stessa un’aggressione.

Quali manovre di de-escalation potevano essere attuate?

In ogni caso, l’atteggiamento corretto della vittima non ha portato da solo ad una rapida de-escalation, e il fatto che ci sia stato altro conferma che, per quanto preparati e di buona volontà, spesso il risultato preventivo non è garantito nè dipende al 100% da noi. Caso, fortuna e prontezza (e i loro contrari!) contribuiscono in egual misura.

Tra i fattori non dipendenti dalla vittima e dalle sue interazioni con l’aggressore dobbiamo sicuramente considerare:

  • L’ambiente: il contesto, non favorevole all’aggressore come relazione rischio-opportunità-beneficio; i presenti, che oltre ad essere testimoni potevano essere considerati non schierati con l’aggressore (assenza di supporto di un gruppo) e, per la posizione nello scenario, favorevoli alla vittima; la separazione tra vittima e aggressore, data dalla presenza di barriere fisiche, dalla vittima in posizione sopraelevata e dallo schieramento involontario dei presenti.
  • L’aggressore stesso: pluripregiudicato con precedenti specifici, sottoposto ad attenzione speciale da parte delle forze dell’ordine, in “prova di fiducia” presso la sua famiglia, con la volontà di una nuova verginità sociale. In un concetto, poco interesse a far accendere i riflettori su di sè.

L’ultimo punto rimanda violentemente alla gestione degli eventi post-conflitto, che impone di “chiudere il conto” attraverso la messa in campo di tutti gli interventi possibili per minimizzare il rischio di rivittimizzazione (un classico) senza costituire a nostra volta un nuovo motivo di escalation per colpa di azioni interpretate come esagerate e meritevoli di risposta (il rancore di un’umiliazione che porta alla vendetta, altro classico). Anche alla luce di queste considerazioni, l’atteggiamento neutro della vittima e il suo rifiuto implicito alla “gara di ego” se non altro non ha offerto all’aggressore alcun pretesto per rivalse, vendette, affermazioni di orgoglio a fronte di umiliazioni percepite o reali.

Nell’arsenale delle misure post-conflitto possiamo in questo specifico caso considerare tutto quanto rafforzi il potere del gruppo e sanzioni il comportamento antisociale (“se fai così li hai tutti contro”):

  • L’impiego di un mediatore autorevole, attraverso amici comuni con ruolo di leader nei confronti dell’aggressore (in questo caso, i membri della sua famiglia fortemente gerarchizzata).
  • L’attivazione di un deterrente forte, attraverso l’impiego informale  (quando possibile, altrimenti ufficiale), delle forze di Polizia.
  • L’offerta di una via d’uscita dal conflitto, che preservi la dignità dell’aggressore per dimenticare l’episodio e ripristini gli equilibri ed i ruoli precedenti.

Non voglio esaminare in questa sede eventuali altre azioni intimidatorie più border-line, attuabili solo se si è veramente disposti a tutto, in una spirale di violenza con esiti fatali garantiti.

Dato che “pensar male è peccato, ma molto spesso ci si prende” (cit.), vale sicuramente la pena riflettere sul proprio grado di prontezza a rispondere ad eventuali, possibili nuove aggressioni, che essendo premeditate saranno caratterizzate da un vantaggio dell’aggressore decisamente maggiore rispetto all’incidente originario.

Tra le contromisure tattiche più tentatrici, la voglia di girare in un qualche modo armati. Non mi sento di disapprovare, pur ribadendo con forza la necessità di sviluppare ed addestrare una specifica consapevolezza su implicazioni, motivazioni, opportunità, tattiche e conseguenze. Voglio però richiamare l’attenzione sull capacità di riconoscere nell’ambiente oggetti che possano diventare armi, una sorta di estensione del pre-posizionamento dalla casa a qualsiasi posto che possiamo frequentare, e sulla necessità di abituarsi a valutare minacce ed opportunità presenti nel luogo in cui siamo o, meglio, saremo. E come per tutto, l’ideale è farlo prima del momento del bisogno, per costruire un percorso d’allenamento che produca familiarità e confidenza nella propria versatilità tattica.

Senza arrivare a prendere una birra in bottiglia anzichè in bicchiere, “perchè non si sa mai, potrebbe servire” (confesso che lo faccio anch’io!)… :)

Infine, alcune riflessioni per chi era presente all’episodio di cui abbiamo parlato.

Eri pronto al peggio? Se si, come? Qual era il tuo piano?

Hai partecipato al potere deterrente ed alla de-escalation? Come?

Oppure, forse, come spesso accade, “la gente se ne fregava”? Meditate, gente, meditate.





Drills con arma lunga e arma corta

2 12 2011

Un altro bel video di Rob. Per chi era con me l’altra sera: notate qualche differenza rispetto al caso di studio che abbiamo esaminato? :)





Due “nuovi” nati

19 11 2011

Oggi ho preso una decisione… Importante, ma per nulla difficile.

Le ho provate tutte, sono stato buono, severo, antipatico, simpatico, ho proposto cose semplici e cose complesse, momenti di spensieratezza e allenamenti da shock post-traumatico, ma non c’è stato nulla da fare.

A volte occorre intraprendere decisioni forti, per far progredire chi – poverino – fa comunque del proprio meglio, non si risparmia mai, è sempre disponibile e amichevole, vero con se stesso e con gli altri.

Lo dico? Si, lo dico! E’ con orgoglio gigantesco e commozione che annuncio al mondo che DefenseLab ha due nuovi istruttori, che per la loro abnegazione, la passione, per i risultati che ottengono, anche solo semplicemente per come sono loro, sono un esempio da seguire e una fonte costante di motivazione e ispirazione : Loris e Cristian. Due miei fratelli.

Per chi non li conosce, eccoli in alcuni momenti topici della loro storia più recente. Le foto sono cliccabili per vederle ingrandite, se proprio ci tenete. :)

Loris, da sinistra a destra nei ruoli di duro del roadhouse, seduttore seriale e se stesso…

Cristian, il giorno del brevetto da pilota, con un trofeo sottratto ad un aggressore e in un momento che dice di non ricordare…

Infine, eccoci tutti e tre insieme, sul set di uno scenario in cui, nel ruolo di narcotrafficanti, dobbiamo difenderci dall’attacco di una gang di bad girls. Inutile dire che non ci siamo riusciti: questa era la scena finale :)

Voi, ragazzi, sapete quanto io sia esigente e pignolo. Pertanto, AD ALLENARVI e STUDIARE!!! :)





Training near Minneapolis

26 09 2011

(from the latest Force Science Institute newsletter)

Free officer-safety training workshop coming up

Two certified Force Science Analysts will conduct a tuition-free officer-safety training workshop Dec. 19-20 in Eden Prairie, MN, a suburb of Minneapolis, under the auspices of the Dept. of Homeland Security and FLETC’s Rural Policing Institute.

Brian Willis of Winning Mind Training will instruct an 8-hr. block on “Harnessing the Winning Mind and Warrior Spirit,” focused on the 4 components of the Warrior Pyramid for peak performance and personal excellence.

He will also join FLETC trainer John Bostain in team-teaching blocks on analyzing and preventing officer line-of-duty fatalities, including officer-involved shootings. Together they will explore decision-making by officers and supervisors that can significantly enhance personal safety and affect the annual toll of law enforcement casualties.

In addition to smaller-agency representatives, officers and trainers from larger departments are also invited on a space-available basis. For more information, email: FLETC-RuralPolicingInstitute@dhs.gov or phone: 800-743-5382.





Protetto: Seminario

18 09 2011

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Armi non letali e carenze d’addestramento

21 08 2011

Ho ricevuto oggi un’interessante ricerca del Dipartimento di Giustizia americano sull’impiego di armi non letali per ridurre il rischio d’incidenti.

In breve, è stato constatato, attraverso l’analisi sperimentale dei dati di alcune agenzie di polizia, che l’uso della forza da parte di agenti di polizia nel controllo di soggetti non collaborativi porta a maggiori lesioni e ferimenti dall’una e dall’altra parte rispetto a quando invece il controllo viene effettuato attraverso strumenti non letali, come ad esempio spray OC e taser.

Da ciò, i ricercatori inferiscono che per limitare i danni fisici nelle operazioni di controllo ed arresto si debba ricorrere maggiormente all’uso di tali strumenti.

Non sono del tutto d’accordo.

Non va dimenticato che esistono studi (vedi Force Science Institute e Blauer Tactical Systems) che dimostrano che in primis occorre intervenire sul metodo e sui protocolli d’addestramento nell’impiego della forza. Non mi appare sensato sottintendere che alla carenza di addestramento si debba sopperire con strumenti e accessori vari. Senza addentrarmi sull’impiego sotto stress o in incidenti critici di tecnologie a “coordinamento psicomotorio complesso”, sistemiamo prima le fondamenta metodologiche, poi, certamente, forniamo strumenti equalizzatori che completino un operatore ben addestrato.

Clicca qui per un riassunto del documento.





Buona fortuna!

17 08 2011

I corsi DefenseLab, purtroppo o per fortuna, mettono davanti agli occhi dell’utente cosa succede a livello di vittimizzazione e le implicazioni sul modello d’allenamento. Questo ha fatto e sta facendo parlare di noi non solo a livello internazionale, tra le forze dell’ordine e i professionisti del settore, ma a maggior ragione anche tra le comunità locali in cui i corsi vengono erogati.

Quello che a qualche profano può sembrare cruda durezza di fatti e allenamenti è ciò che accade in realtà in un’aggressione. DefenseLab prepara alla gestione di un’ampia gamma di situazioni di rischio sicurezza, da quelle che fortunatamente possono essere prevenute attraverso una rieducazione della consapevolezza, o disinnescate con tecniche di comunicazione, fino a quei casi che per loro natura possono essere risolti solo con un uso appropriato ed efficace della forza.

Ovviamente, c’è chi non vuole accettare la realtà dei fatti, c’è chi trova decine di giustificazioni per dirsi che un metodo reality-based non è ciò che stava cercando.

Su questi soggetti purtroppo fioriscono le seconde scelte. Tra poco intorno a me partiranno alcuni corsi di difesa personale per cui vale il concetto “piuttosto, è meglio niente”. Gente, applicate senso critico e fatevi delle domande: non occorre essere esperti, solo sinceri con se stessi. Oggigiorno è molto facile trovare filmati di aggressioni reali. Il metodo, la disciplina o l’istruttore a cui state per affidare la vostra sicurezza vi darà gli strumenti per proteggere voi stessi o i vostri cari nelle situazioni dei video?

Sul sito nella sezione “Cosa facciamo” ho indicato alcuni aspetti da tenere in considerazione nella scelta di un corso di difesa personale: cliccate qui per leggerli.





Protetto: Comportamenti di protezione

5 08 2011

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Protetto: Impossible is nothing

10 07 2011

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Lo Zen di DefenseLab :)

10 07 2011

Spesso quello che facciamo viene considerato come una delle opzioni in un paniere di attività fisiche, un qualcosa che si fa per “provare”, perchè “lo fa uno che conosco”, perchè “fa moda”, perchè “hanno detto che imparo a menare”, perchè “l’istruttore è carino” , perchè “il mercoledì sera è vuoto”…

La difesa personale non è un corso e non è un’ opzione, è una risposta ad un’intima richiesta. Dobbiamo pretendere da noi stessi di imparare a proteggere noi e i nostri cari. La “carica motivazionale” che spinge a frequentare un corso di difesa personale è ben diversa rispetto a corsi di yoga, spinning o sport marziali.

Richiesta, motivazione, sopravvivenza. Parole sante. Piccola diagnostica: perchè sei ad allenamento? Perchè non ci sei? C’è qualcosa di più forte della cultura del sopravvivere, del non mollare mai, indipendentemente dal tipo e dal volume delle avversità? Occorre davvero cercare una motivazione per soddisfare il bisogno primordiale di sentirsi realmente sicuri? Al di là dell’allenamento, esiste davvero qualcuno che può non pensare alla propria sicurezza, a 360 gradi, sia essa economica, fisica, emotiva…?

Sincera presa di coscienza, disillusa consapevolezza, ardore nell’impegno. Non ci si può permettere il lusso di sentirsi immuni, non ci si può fermare, non esiste il “proverò”, il “farò del mio meglio”, solo il “posso” ed il “faccio”. Non ci sono nè opzioni, nè scorciatoie, nè compromessi.

In questo contesto, quanto vale investire per la nostra vita o quella di nostro figlio? Tra 4 ore d’allenamento a settimana e un happy hour cosa conta di più? E’ più formativo allenarsi quando si è al top o provare a fare qualcosa anche quando fisicamente si è indisposti? E’ più importante pensare a cosa io penso di te o a trarre il massimo beneficio dall’esperienza della pratica? Priorità, obiettivi, onestà, dedizione, perseveranza, passione, sacrificio, amor proprio, giustizia. Vivere questi concetti rende ottenibile qualsiasi successo.

Il sentimento di sopravvivenza è innato nell’essere umano, ma viene schiacciato dal peso delle comodità, dalle false illusioni e dai credo che adottiamo come scudi. Avete già perso la battaglia? siete già vittime del vostro stesso modo di vivere? Occorre tenacia, grinta, senso del dovere e del sacrificio, voglia di vincere ogni sfida, stringere i denti e sopravvivere alle paure. La formazione necessaria al raggiungimento dell’obiettivo è tutt’altro che comoda, tranquilla e sicura. In strada non si fanno prigionieri, non ci sono sconti o dispense per malattia, non ci si ferma alla 15a ripetizione perchè “alla 20a è impossibile arrivarci”. E’ vero, potrebbe non capitarvi mai nulla, anzi ve lo auguriamo, ma noi ci prepariamo al peggio, alla situazione estrema, al punto di non ritorno.

Quello che sarete domani nella strada è quello che siete oggi in allenamento.

Alla fine dell’articolo mi è venuta in mente una campagna di spot che qualcuno mi ha rubato :)








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