A breve finirà la maggior parte dei “corsi” di arti marziali declinate in ottica di difesa personale, e se l’indottrinamento non è avvenuto con successo, se la gratificazione della comfort zone non è stata del tutto efficace, molti dei praticanti si troveranno nella condizione di volersi guardare intorno per trovare qualcosa che soddisfi le proprie necessità.
Innanzi tutto, non dimentichiamo il vero obiettivo: chi cerca difesa personale lo fa per acquisire un grado sufficiente di capacità di autoprotezione e di tutela delle persone più vicine. Anche considerando l’andamento della criminalità, esaminato non tanto in base ai casi di cronaca, spesso sensazionalistici e con secondi fini, ma attraverso la fredda statistica, acquisire capacità difensiva preventiva e reattiva è ormai fondamentale e prioritario, direi quasi obbligatorio.
Nella valutazione di un percorso didattico, sia esso un seminario o un corso, esistono una serie di aspetti didattici e d’allenamento senza i quali non si può nemmeno parlare di difesa personale.
In generale, “arte marziale” – e con questo termine comprendo anche il krav maga – non significa necessariamente difesa personale reale e per tutti. Già il fatto di dover aggiungere il suffisso “reale” mi da fastidio, perchè non dovrebbe esistere una difesa personale fasulla, come invece accade nella stragrande maggioranza dei casi.
L’arte marziale si basa su un set molto esteso di “basi” e di tecniche codificate. Il dominio del reale, se mai avviene, capita “incidentalmente”, attraverso la sintesi di infiniti micro-esempi (“modello intrinseco”). Spesso viene proposto un catalogo di scenari anacronistici e decontestualizzati (come la presa al polso, la difesa da carabina, ecc.), con la scusa che contengono comunque un insegnamento applicabile universalmente. Per l’arte marziale, il percorso è lungo, sviluppato in un ambiente protetto attraverso “l’atto di fede” del copiare ciò che ci viene proposto.
La difesa personale, invece, porta alla luce ciò che inconsciamente già conosciamo, le nostre abilità naturali, che vengono poi valorizzate attraverso un’opera di raffinazione ed ottimizzazione. Mira immediatamente al dominio di scenari reali, fondando il successo sulla competenza, sull’esperienza (nel senso di sperimentazione, non di anni di gavetta!) e sulla conoscenza di ciò che è uno scontro vero, in scenari estremi, ma sempre realistici e probabili. Per la difesa personale, non c’è tempo da perdere, perchè ogni giorno siamo concretamente a rischio. E’ un percorso scomodo, fatto continuamente di sfide, dove ogni successo apre le porte ad una sfida ancora più intensa, dove il “sapere” è fondato su esperienze di sucesso in un ambito in cui tutti fanno di tutto per ostacolarci in esse.
Il mio obiettivo personale di istruttore è che ogni minuto speso nell’allenamento produca un risultato nella capacità difensiva.
Oltre a questi, che sono prettamente inerenti il sapersi difendere, esistono altri fattori, trasversali e validi per ogni disciplina, che dovrebbero far sentire odore di “sola”. Ad esempio:
- La “sindrome del tesserino”: l’enfasi posta sul “marchio”, sulla commercializzazione, sulla qualità garantita dall’associazionismo.
- La “sindrome della divisa”: la valorizzazione dell’ego attraverso segni distintivi (come la divisa appunto), il brand, l’appartenenza, l’elitarismo, il “noi in confronto agli altri”.
- L’utilizzo di sistemi di valutazione della performance che fanno riferimento all’interno della cerchia e non a chi fa la stessa cosa ma in ambito diverso. La mancanza di autocritica.
- La cultura del non-risultato, che nell’ottenimento degli obiettivi propone l’elevazione a sistema di metodi antitetici e criticati negli altri. Ad esempio: benessere fisico attraverso l’uso di anabolizzanti, antidolorifici, ortopedici e fisioterapisti, oppure un sistema di difesa personale reale basato su tecniche, abilità motorie complesse e accondiscendenza.
- L’accreditamento attraverso casi illustri, come il giustificare l’efficacia per l’utente generico a fronte dell’adozione da parte di utenti iper-specialistici.
- Il veicolare il servizio attraverso le aspettative, le percezioni autoreferenziali e l’immaginario dell’utente, e non attraverso una valutazione obiettiva ed oggettiva di ciò di cui ha bisogno.
- Il nascondere l’incompetenza per mezzo dell’umiltà, il dimostrare la propria validità in base all’aspettativa ed agli stereotipi di chi ci osserva.
L’elenco potrebbe proseguire, ma è sufficiente frequentare qualche lezione di prova in giro ed osservare con spirito critico, per estenderlo da soli.
In ambito difesa personale, considero due aspetti assurdamente e pateticamente odiosi.
Il primo è il voler far dedurre che “se un sistema è adottato dai corpi militari, figurarsi se non è micidiale ed efficace per una persona qualunque”. Chiunque abbia avuto un minimo a che fare con l’addestramento specialistico di forze militari o forze dell’ordine sa che in realtà viene dato valore all’esatto contrario! Se una cosa funziona per chi non è specialista, non abituato a gestire la violenza, allora è sicuramente efficace anche per un soldato o un agente di polizia.
Il secondo aspetto è lo spingere a valutare l’efficacia di un metodo in base al numero di praticanti, quando analizzando (e nemmeno tanto bene) ciò che viene proposto emerge palese che non si tratta di difesa personale, ma di qualcosa travestito da essa.
Ogni volta che valutiamo una tattica, un corso, un istruttore, chiediamoci sempre: tutto ciò mi rende in grado di difendermi e difendere i miei cari da più aggressori, armati, in un contesto in cui non mi aspettavo l’attacco? La più grande conferma che ho ottenuto in questi anni, al di là di ogni aspetto professionale scontato, è il vedere l’espressione di chi si presenta in allenamento la prima volta e vuole provare senza aver fatto prima la famosa chiacchierata e le quattro lezioni individuali…
Per far crollare la più splendida delle intenzioni basta che qualcuno si metta casco e protezioni, che ci si trovi in debito d’ossigeno, in qualche modo blandamente sotto scacco fisico ed emotivo.
Ecco allora affiorare milioni di scuse standard, che vanno dall’orario agli acciacchi fisici, dalle altre priorità all’aperitivo del venerdì sera.
Di fronte a queste scuse non dimenticherò mai l’esempio di due “maestri”. Uno era effettivamente un mio istruttore, che si allenava da malato per sapere come avrebbe funzionato il suo corpo in quel caso, quali strumenti gli avrebbe permesso di utilizzare. L’altro esempio venne da una mia allieva, che prima di iniziare gli allenamenti mi informò di cosa dovevo fare se avesse perso i sensi, vittima di una crisi dovuta ad una sua patologia. Ho un amico che si allena pur essendo paraplegico, perchè sa di avere bisogno più degli altri di sapere cosa fare. Questa è motivazione. E’ assenza di motivazione invece il non poter prendere colpi al viso, un problema articolare ed altre amenità del genere, specie quando si hanno sott’occhio esempi di successo pur con i medesimi “problemi”.
E come ogni tanto mi piace ribadire, la vera motivazione può venire solo da dentro di noi, contestuale e direttamente riferita a ciò che facciamo. Grazie alla mancanza di volontà nell’affrontare il problema per come è e con gli strumenti che ne derivano, fioriscono i corsi scadenti.
Fatevi delle domande e ricordatevelo sempre: non si fa difesa personale “tanto per fare movimento”, nè è vero che “comunque un’infarinatura serve”, perchè primo state perdendo tempo qualunque sia il vostro obiettivo (sia esso fisico o sociale), secondo state creando inconsciamente false sicurezze che, nel malaugurato momento del bisogno, vi lascieranno fatalmente a piedi.
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